Siegfried Anzinger ▒ Works on Paper

SIEGFRIED ANZINGER
works on paper
a cura di Stefano Castelli


DAL 14 GIUGNO AL 29 SETTEMBRE

inaugurazione
giovedì 14 giugno, ore 18


senza titolo, 1989, 41x30 cm, tecnica mista su carta intelata




INTERNO18 arte contemporanea è lieta di presentare Works on paper, esposizione dedicata a Siegfried Anzinger. La mostra riunisce un nucleo di una trentina di lavori su carta tra matite, carboncini, pastelli, tecniche miste.  
La selezione di opere costituisce un focus specifico - la maggioranza dei lavori sono degli anni 1989 e 1990, con qualche sortita nei primi anni Ottanta. L'esposizione getta così uno sguardo alternativo e laterale sulla poetica dell'artista austriaco, che però consente di esplorarne alcuni tratti fondamentali. Il disegno è per lui una pratica costante, che innerva la sua produzione pittorica soprattutto negli ultimi anni. Il segno appare qui nella sua componente più diretta e cruda, di grande efficacia anche negli schizzi e nei disegni d'occasione.
Nel complesso, la mostra introduce il visitatore in una sorta di backstage del lavoro di Anzinger, nel suo processo ideativo convulso e frenetico ma sempre analiticamente teso all'obiettivo della fulminante chiusura formale. 
La fusione tra individuo e ambiente è il soggetto principale dei lavori. Non idilliaco, ma a suo modo utopico e marcatamente sensuale, il rapporto tra figura umana (o animale) e paesaggio è stilizzato ma articolato.
Grazie alla loro datazione, le carte colgono un momento di snodo e di passaggio decisivo nella carriera dell'artista. Partendo dalla pittura più tendente alla gestualità e al colore dei primi anni Ottanta, negli anni recenti Anzinger ha infatti accentuato la componente del disegno anche nelle sue tele, con tratti complessi e articolati che sottolineano la figura, fungendo da controcanto al colore. 

Siegfried Anzinger è nato a Weyer, Austria, nel 1953. Oggi vive a Colonia e Dusseldorf, dove insegna alla Kunstakademie. Con un'opera caratterizzata da motivazioni complementari e alternative alla generale ondata Neoespressionista, negli anni Ottanta è stato protagonista eccentrico del diffuso "ritorno alla pittura". Nel suo curriculum spicca la partecipazione alla Biennale di Venezia del 1988 (padiglione Austria). Tra le mostre recenti, quella del 2014 al Bankaustria kunstforum di Vienna e quella del 2010 al Lentos Kuntmuseum di Linz. In Italia, è stato di recente protagonista nel 2016 di una personale allo Studio d'Arte Cannaviello di Milano. Le sue opere fanno parte di importanti collezioni pubbliche e private.

SIEGFRIED ANZINGER - ARCADIA VELENOSA
di Stefano Castelli
È decisamente suggestivo vedere Siegfried Anzinger alle prese con il disegno. Se ne
può avere un'idea guardando il video realizzato in occasione della sua personale al
Bankaustria Kunstforum di Vienna, tenutasi nel 2014. La notevole velocità della mano
coincide con una postura estremamente disinvolta; l'efficacia e l'intensità del tratto
sono immediatamente finalizzate all'idea della composizione complessiva.
Si potrebbe pensare dunque alla componente dell'istinto come elemento
fondamentale nello stile dell'artista austriaco. Eppure, le cose stanno in un'altra
maniera.
Sin dagli esordi, la sua opera si pone in maniera leggermente differente rispetto alla
generale ondata Neoespressionista. In primo luogo, i pittori di area germanica - in
particolare quelli della seconda generazione - adottano una poetica più radicale
rispetto ad altre "scuole nazionali". Senza ricercare archetipi o stati di natura, essi si
dedicano alla decostruzione più totale e criticamente feroce. Ma anche rispetto ai suoi
connazionali Anzinger diverge leggermente, per un uso più integrato e ampio degli
strumenti della composizione e dell'interazione tra disegno e colore.
Nessun eroismo dunque, né muscolarità o volontà di potenza. La velocità e la
"sregolatezza" del tratto non coincidono con l'istinto puro. Il processo ideativo e
realizzativo è sì convulso e frenetico («Davanti a un nuovo quadro sono ansioso come
uno scrittore alle prese con un nuovo romanzo», ha dichiarato Anzinger), ma è sempre
analiticamente teso all'obiettivo della fulminante chiusura formale.
Il disegno è una componente fondamentale di questo processo. Anzinger gli attribuisce
grande importanza, al di là della normale fase di progettazione dei dipinti («un buon
dipinto è buono perchè contiene la somma delle sue correzioni», spiega): vi si è
dedicato costantemente, addirittura quasi esclusivamente per alcuni anni. E
soprattutto il disegno innerva la sua pittura, fungendo da "scheletro" e facendo da
fondamentale controcanto al colore.
Bisogna accostarsi con cautela ai disegni raccolti in questa mostra. Gli scenari
apparentemente idilliaci che vi sono raffigurati sono in realtà anche allusivi, ambigui e
urticanti. Utopia e distopia vanno di pari passo; la fusione tra figura umana o animale e
paesaggio è decisamente seducente e sensuale ma non priva di scontri, collisioni e
frizioni. Non si instaura una nuova idealizzata arcadia; al massimo, uno scenario
definitivamente alternativo a quello che sperimentiamo nella società ipermoderna.
Commentando sul Corriere della Sera una mostra milanese di Anzinger nel 1984,
Giovanni Testori scriveva: «Anzinger sembra aver raggiunto il punto della nevrosi umana
in cui scompaiono, come inservibili o, comunque non riferibili case, macchine, strade e
ogni altro accidente costituito dall'uomo lungo la sua storia. [...] Forse quel che resta è
solo una sconfinata pianura [...] le pulsazioni dell'istintualità più profonda, quella che il
Regime tecnologico non sembra ancor aver divorato». Come dire che principio di
piacere e pulsione di morte vanno di pari passo (si veda a questo proposito lo sfrenato
volatile della gouache del 1984), in una radicale critica dell'esistente sociale, politico e
persino tecnico. Se le parole di Testori sembrano calzare soprattutto per le opere dei
primi anni Ottanta, rimangono in gran parte adatte anche per i lavori più recenti.
E quelli di fine anni Ottanta-inizio Novanta, momento dal quale in gran parte
provengono le carte presenti in questa mostra, segnano un momento di passaggio
fondamentale, senza smentire quanto fatto fino ad allora. I soggetti indicano come
strada definitiva quella di un'interazione tra uomo e natura, tra individuo e contesto. Le
scene diventano maggiormente "di genere", per raggiungere una paradossale e
beffarda ampiezza simbolica (in anni recenti, le tele dell'artista conterranno spesso
scene quasi fumettistiche, attingendo anche a "luoghi comuni" dell'immaginario
popolare come la conquista del West). La linea si fa più articolata, serpeggiando per
sfuggire ai canoni e agli effetti abituali del disegno, rendendo sostanzialmente
indistinguibili la ieraticità della linea spezzata e la dimensione di accoglienza della
linea curva. Alcuni disegni di questa mostra somigliano a un dipinto in scala ridotta. Altri hanno la
dimensione dello schizzo o dell'appunto visivo. Altri ancora accumulano sullo stesso
foglio diverse figure, come un campionario o un serbatoio di forme per il prosieguo del
corpus dell'artista. Una soggiacente tendenza all'astrazione si manifesta in tutti i lavori,
come una maniera lieve e altamente formalizzata per introdurre la sparizione dei tratti
più identificabili con l'umano, propri dell'individuo sereno e incontaminato.
«Il disegno è come la poesia, un’esperienza sensoriale, bisogna lavorare sulla carta con
uno stile telegrafico», ha detto l'artista. Anche negli schizzi e nei disegni d'occasione, il
segno rimane efficace; anche quando il soggetto è un puro pretesto. Ma, d'altronde,
in Anzinger il soggetto è sempre un pretesto. Un'arte anticelebrativa come la sua non
può permettersi di indugiare nella referenzialità; dunque, non tende a soffermarsi sul
proprio soggetto e lo esautora così persino del ruolo minimo di "dittatore" del limitato
spazio dell'opera.
Gli esseri umani raffigurati hanno caratteri abbozzati, ipotetici, per nulla indipendenti
dal contesto che li circonda. E questo non perché si tratti di simboli universali o di
"caratteri"; piuttosto, sono forse esseri di un tempo ulteriore, desolato ma in ultimo
spensierato proprio perchè tutto è già stato perduto.
Gli animali conservano, beffardamente, una maggiore unitarietà e placida
compostezza. Il paesaggio è invece il vero padrone della scena, dato che investe
della sua forma (e soprattutto del suo colore) ogni altro elemento. Ma non si tratta per
nulla di un paesaggio incontaminato, anzi esso è denso di una storia non decifrabile
per via descrittiva: ha vissuto una storia e le sue (estreme?) conseguenze. Lo sguardo
che possiamo gettare su di esso è solo culturale.
L'arcadia velenosa di Anzinger non guarda al passato o a un possibile stato di natura,
ma è piuttosto una visione da letteratura d'anticipazione. In un futuro indeterminato,
guardiamo noi stessi retrospettivamente. Con tutto il disincanto dato dall'esperienza e
dal trauma, ma proprio per questo con speranze nuove, libere e smisurate (ovvero non
misurabili secondo il filtro predefinito della realtà e dell'attualità).
Nemmeno l'irruenza giovanile sembra più utile. Non per un classico processo di
ammorbidimento nel corso della carriera dell'artista, ma anzi perchè l'unico modo per
delineare scenari alternativi è ormai quello di una contestazione indiretta.
La felicità espressiva rimane comunque grande nei lavori di Anzinger. Le pulsioni
rimangono in vigore, la sensualità è sempre in primo piano. E soprattutto non manca
l'ironia. La parodia entra a pieno titolo nel modo espressivo dell'artista, come
sottolineato in passato da alcuni suoi commentatori. Si può immaginare un sorriso
beffardo dell'autore una volta finita l'opera, lo stesso che compare sulle labbra dello
spettatore. Il principale motore di questa componente ironica è la dimensione del
candore che si affianca all'estrema consapevolezza: il comico associato al tragico è
sempre una formula vincente, utile sia alla critica radicale che all'indicazione più
immaginifica di scenari alternativi.